BusinessChe cos’è il Retail Apocalypse: analisi del fenomeno

08/02/20200

Il Retail Apocalypse è un fenomeno che riguarda i problemi del commercio al dettaglio, ovvero la chiusura dei negozi fisici, riconducibile a più cause, tra cui il cambiamento del comportamento di acquisto dei consumatori, che ha creato e continua a creare una crisi economica generale. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta:

Che cos’è il Retail Apocalypse e perché se ne parla di recente?

A scatenare la crisi, come accennato prima, è dunque una nuova tipologia di clientela, la più giovane, ovvero la Generazione Z, quella che viene dopo la Generazione Y o dei Millennials. Si può affermare che la Generazione Y snobbi i retail e prediliga il digitale, ovvero l’e-commerce. Internet infatti ha rivoluzionato il modo di percepire le opportunità di acquisto, dunque ha rivoluzionato la domanda, l’offerta, anche la produzione e la distribuzione di prodotti e servizi.

A caratterizzare il successo del commercio elettronico è la vastità di informazioni, e la possibilità di scelta riguardo a determinati settori merceologici, nonché la possibilità di scambiare opinioni e suggerimenti sia grazie a Google che grazie ai social media o altre piattaforme dedicate agli acquisti.

Vediamo dunque di capire che cos’è il Retail Apocalypse, esplorando i fattori che creano questo strano, preoccupante fenomeno, su cui è importante far luce per salvare il futuro del business statunitense e forse anche mondiale: dal 2010 ad oggi, negli Stati Uniti hanno chiuso più di 12.000 negozi, e il caso più grave è avvenuto nel 2018 con la bancarotta di Toys’R’Us, un importante brand di giocattoli conosciuto in tutto il mondo.

Il Retail Apocalypse esiste anche in Europa?

La crisi economica, protagonista onnipresente nell’informazione economica, ha molte sfaccettature, e il declino del commercio al dettaglio, se ha colpito gravemente gli Stati Uniti, non ha colpito allo stesso modo il continente europeo, che attualmente vede attraversare un periodo di lieve ripresa rispetto ai problemi economici degli ultimi anni.

E in Italia che succede?

I negozi fisici del Bel Paese nonostante alcune pluriennali problematiche rimangono una colonna portante dell’economia italiana, dimostrando la stabilità del settore che vive di artigianalità e di prodotti tipici del Made in Italy, un marchio riconosciuto in tutto il mondo e spesso imitato all’estero per attirare l’attenzione della clientela.

Che cos’è il Retail Apocalypse: analisi del fenomeno

Retail Apocalypse: la situazione in Italia

Il Retail Apocalypse è un fenomeno che in Italia non vede fortunatamente una grande espansione, anche se l’e-commerce sta crescendo sempre di più.

Molto probabilmente la vendita al dettaglio nel Bel Paese potrebbe crescere di pari passo sia per i negozi fisici e sia per gli e-commerce; c’è da considerare però che il digitale affascina sempre più potenziali clienti, giovani e meno giovani, ma l’Italia rispetto ad altri paesi europei è al ribasso. Infatti in Inghilterra si raggiungono 77 miliardi di vendite on line, in Germania circa 53 miliardi, in Francia si raggiungono 44 miliardi, mentre in Italia solo 15,2 miliardi.

I dati di Confesercenti

Secondo il report “2011 > 2020 l’Italia che non cresce” di Confesercenti, dal 2011 al 2019, in Italia hanno chiuso circa 3.300 negozi di calzature con un calo della spesa per questo settore da parte delle famiglie italiane, pari a 17,5%, che rappresenta circa 8 miliardi di euro.

Per quanto riguarda i dati regionali, Confesercenti afferma che a spendere di più per abbigliamento e calzature è la Valle d’Aosta con 2.134 euro l’anno, seguono il Molise con una media di 1.808 euro, che supera la Lombardia, dove la moda è il fulcro dell’economia, e dove si spende circa 1.717 euro. A spendere meno sul settore sono Sardegna, Liguria, Friuli-Venezia Giulia, territori in cui i clienti dediti all’acquisto di calzature non spendono in totale più di 1000 euro l’anno.

Sempre secondo Confesercenti, dal 2016 al 2017, sul territorio italiano sono stati chiusi ben 90 mila esercizi commerciali, con una predominanza di negozi appartenente al settore tessile e abbigliamento. Un settore questo, che ha visto negli ultimi alcuni cambiamenti che vanno a determinare la focalizzazione di nuovi prodotti e nuove modalità di vendita da inserire sul commercio: le boutique sono state soppiantate dalle grandi catene di low price e fast fashion.

A subire un preoccupante calo sono stati anche il settore ferramenta e costruzioni, macelleria, oreficeria, libreria e profumeria.

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Il retail digital a confronto con il retail tradizionale

Nonostante questi cambiamenti, nel 2018 i retail digitali hanno registrato una spesa di non molto superiore rispetto a quella dei retail tradizionali, e solo una piccola parte dei negozi fisici hanno deciso di adottare pagamenti on line e con soluzioni tecnologiche innovative, così come la fattura elettronica.

L’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail del Politecnico di Milano afferma che i negozi fisici italiani, per incrementare il proprio business, dovrebbero concentrarsi su alcune tipologie di innovazioni: cartellini interattivi, camerini smart e digital signage, utili a permettere ai potenziali clienti una fruizione dei prodotti all’interno dei negozi; e poi ancora sistemi di sales force automation e self-scanning per agevolare le attività del personale dei negozi, e programmi di fidelizzazione digitale, così come ogni tipo di tecnologia relativa alla realtà aumentata.

Secondo tali studi, i negozi fisici che non saranno disposti ad innovarsi sono destinati a far parte del Retail Apocalypse, perché la tecnologia ed il marketing omnichannel che coinvolge il web e diversi linguaggi di comunicazione rappresentano un ponte di primaria importanza tra il retail ed il potenziale cliente.

Dove spendono gli italiani?

Vediamo adesso dove maggiormente spendono gli italiani: secondo i dati Istat, la casa rappresenta la fetta più grande di tutta la spesa in Italia, raggiungendo il 35,1% in cui rientrano oggetti, arredamento e affitti, a seguire vi è la spesa per l’alimentazione in cui sono incluse le bevande analcoliche, pari al 18,0%, e poi vi sono i trasporti che ricoprono l’11,4%; per essere più precisi, oggetti e trasporti coinvolgono l’elettronica e il turismo, settori commerciali molto gettonati soprattutto negli ultimi 15 anni, periodo in cui si è avuto il boom del digitale e delle esperienze anche a basso costo.

Un dato molto importante su cui si sofferma l’Istat è il calo della spesa media degli italiani, non ancora recuperato dal lontano 2011, periodo in cui la spesa media mensile era di 2.640 euro, mentre nel 2017 e nel 2018 è arrivata a circa 2.571.

Il livello più alto di spesa si verifica nel Nord-Ovest con 2866 euro, segue il Nord-Est con 2783 euro ed il Centro con 2723 euro, mentre il Sud e le Isole spendono rispettivamente 2087 euro e 2068 euro.

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